Invasioni animali
Cosa succede quando un animale estraneo a un particolare ambiente viene introdotto in un ecosistema? Si creano dei danni irreparabili; proprio come in un famoso episodio dei Simpson, quando Bart introduce in Australia una rana americana che causerà ingenti danni al paese. Un episodio simile si è verificato per davvero nel nuovissimo mondo a metà del XIX secolo quando Sir Thomas Austin introdusse 24 conigli nel continente per potersi cimentare nella caccia. Il passatempo del nobile inglese però, finì per costare caro non solo all’ecosistema della colonia ma anche all’economia della stessa. Questi mammiferi infatti si riproducevano in maniera esponenziale infestando le campagne e distruggendo i raccolti tanto che all’inizio del secolo scorso si rese necessaria una campagna di disinfestazione.
Il fenomeno invasivo più conosciuto in Italia riguarda invece il pesce siluro, divenuto famoso per la sua presenza nel fiume Po; come tanti altri animali introdotti artificialmente in un ecosistema anche il siluro ha causato molti danni alla fauna autoctona già minacciata dalle opere di canalizzazione. Se la costruzione di dighe e bacini d’acqua aveva ridotto il numero di esemplari di storione, il colpo di grazia venne dato da questo enorme predatore acquatico che per la sua stazza non teme rivali. Non è ancora chiaro come il siluro, originario dell’Europa dell’est, sia potuto arrivare fino in Italia.
Purtroppo, non si tratta dell’unico caso nel belpaese, basta ricordare cosa successe a Massaciuccoli, in Versilia per trovare un altro esempio calzante. Il laghetto della cittadina toscana era stato invaso da gamberi rossi americani introdotti nel 1992 da due allevatori. Dato che ogni femmina nel periodo riproduttivo produce dalle 300 alle 500 uova, bastò poco per saturare il piccolo specchio d’acqua tanto caro a Puccini. Questi aggressivi crostacei della Luisiana attirarono molti pescatori e curiosi nella zona che tornavano a casa con un ingente bottino di gamberi dato che catturarli era semplicissimo.
Infine, per trovare un ultimo esempio di animale dannoso per l’ecosistema bisogna tornare ancora una volta nel nord Italia; la pianura Padana, ricca di fiumi, torrenti e risaie è diventata l’habitat favorito di un mammifero di origine sudamericana: la nutria. Delimitare la presenza di questo roditore al solo settentrione sarebbe però riduttivo dato che quest’animale si è spinto molto più a sud, presenze sporadiche sono state registrate perfino in Sicilia! La nutria veniva allevata nel nord Italia per produrre un particolare tipo di pelliccia definita castorino, la commercializzazione di questo prodotto non ebbe fortuna e per questo motivo questi animali vennero lasciati liberi di scorazzare nelle campagne. I mammiferi in questione si stabilirono lungo i corsi d’acqua dove causarono e continuano a causare gravi danni sia agli argini dei fiumi così come alla flora acquatica.
Il ritorno della lince
Finalmente una buona notizia: la lince è tornata a popolare le montagne italiane. Ufficialmente, il felino era considerato estinto fin dall’inizio del secolo scorso dopo che numerosi massacri indiscriminati avevano ridotto considerevolmente (o addirittura eliminato) gli esemplari presenti nell’arco alpino. Probabilmente, alcuni gruppi isolati erano riusciti a sfuggire alla strage ma la loro presenza non era significativa, e dato che l’animale ha un comportamento schivo era quasi impossibile avvistare questi felini nell’Italia settentrionale.
Una svolta si ha solamente negli anni 70, quando alcuni esemplari di lince vengono reintrodotti in Svizzera e Francia precisamente nel Massiccio del Giura. Poco a poco i felini hanno potuto prosperare, riprodursi e ricolonizzare il nord Italia. Per risalire al primo avvistamento nel Belpaese bisogna aspettare l’inizio degli anni 80; nelle Alpi Giulie, a ridosso del confine con la Slovenia, il felino fa la sua prima comparsa. Il progetto di ripopolamento di questo mammifero è l’obiettivo del Progetto Lince Italia, una associazione culturale dell’Università di Padova che può contare sull’appoggio di organismi internazionali come Scalp (Status and Conservation on Alpine Lynx population) e il Cat Specialist Group dell’Iucn (The World Conservation Union). Se nella zona settentrionale della penisola questo felino sembrava scomparso da tempo, lo stesso non si può dire dell’appennino centro-meridionale, sembrerebbe infatti che le linci non si siano mai estinte nel massiccio del Gran Sasso.
Una curiosità, se in Abruzzo la lince non ha mai cessato di esistere, in Sardegna non è mai esistita!La sua presenza non è mai stata rilevata e non sono mai stati trovati nemmeno dei resti fossili!
Le mascotte delle streghe
Si é scritto molto sulle streghe sui maghi e sulle loro più o meno veritiere abitudini però spesso ci si dimentica dei loro fedeli accompagnanti. Una strega che “si rispettasse” godeva sempre della compagnia di una o più mascotte.
E quali erano i fedeli complici e testimoni delle loro avventure? Perché scegliere un animale piuttosto che un altro? Ad ogni animale le tradizioni popolari associano diverse caratteristiche in funzione delle quali ogni mago o strega sceglieva il suo compagno.
Il gatto sicuramente, il più conosciuto di tutti, si considerava capace di prevedere il futuro, cambi meteorologici e si credeva che di notte aspirassero l’alito dei neonati. Nonostante le raffigurazioni più frequenti rappresentino le streghe accompagnate da un lugubre gatto nero erano invece i gatti pezzati e striati quelli che più “in voga” perché si credeva che il gatto nero fosse la reincarnazione di Satana.
Altrettanto ricercati dalle streghe erano i rospi.Questi piccoli animali erano efficientissimi all’ora di prevedere l’arrivo di un temporale e secondo l’abitudine del tempo, maghi e streghe li adornavano con capi di velluto e piccoli sonagli.
Ovviamente non poteva mancare il ragno, che per le sue piccole dimensioni poteva alloggiare comodamente nel cappuccio di una strega e sussurrarle all’orecchio istruzioni per lo più malvagie. La gente considerava che sognare con un ragno significava tradimento, e che ucciderli causava piogge improv
vise.
Il messaggero della Morte per eccellenza non poteva che essere il corvo che con la sua voce roca e il suo color pece. Si diceva che ogni volta che si sentiva gracchiare un corvo qualcuno lasciava la vita e vederne uno stormo in volo si considerava presagio di carestia; le streghe lo usavano come spia, approfittando delle sue ali e della sua acutissima vista, potevano ottenere informazioni ovunque si trovassero.
Infine anche se poco risaputo famiglio storico delle streghe era la lepre che veniva considerata come una reincarnazione delle stesse streghe dato che non solo era silenziosa,veloce e vigile ma in grado di ponersi in piedi sulle zampe posteriori adottando una posizione che ricordava quella umana. Era tanto il timore che generava quest’animale che nel linguaggio dei marinai la parola “lepre” era proibita. Curiosamente però, possedere una zampa di lepre, portava fortuna come simbolo di fertilità.



